Mentre non accenna a diminuire la tensione in Medio Oriente, con il nuovo fronte Houthi-Arabia Saudita che si aggiunge allo scontro tra Stati Uniti e Iran, gli effetti sul mercato energetico globale continuano ad ampliarsi. I prossimi mesi potrebbero essere i più difficili dalla crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina. La combinazione “perfetta” tra crisi del gas e crisi petrolifera sta infatti aprendo scenari inediti difficili da prevedere. I fronti sono molteplici e, in alcuni casi, riguardano problemi strutturali che non possono essere risolti rapidamente. Gas, petrolio grezzo e prodotti raffinati, con conseguenze dirette su diesel e benzina, sono oggi sotto pressione contemporaneamente, creando una concatenazione di rischi che prefigurano uno scenario inedito per dimensione.
Gas.
In Europa il livello delle riserve è particolarmente basso e ha raggiunto i minimi dal 2021, cioè dalla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina. Il dato medio è del 68,7%, con la Germania ferma addirittura al 56%, mentre l’Italia va decisamente meglio con l’84,9% e la Polonia raggiunge il 98,3%.
È questo, probabilmente, il rischio maggiore in questo momento per il Vecchio Continente, che dovrà affrontare l’inverno con maggiore attenzione e con la necessità di diversificare ulteriormente le fonti di approvvigionamento. Il primo problema è lo Stretto di Hormuz. Prima del conflitto da qui transitava quasi il 20% dell’offerta mondiale di LNG. Dopo lo scoppio della guerra, a fine febbraio, i flussi sono crollati e tra marzo e giugno le esportazioni LNG di Qatar ed Emirati Arabi Uniti sono diminuite di circa 35 bcm rispetto al 2025. La situazione avrà un impatto soprattutto sui costi energetici, mentre appare meno probabile una vera crisi di approvvigionamento. La maggiore capacità europea di gestire LNG, il calo della domanda e la crescita delle fonti alternative dovrebbero infatti consentire di mantenere scorte adeguate, anche se a prezzi sensibilmente più elevati.
Rischi.
Come detto, i rischi maggiori sono soprattutto economici. Siamo però ancora lontani dai livelli record del 2022: i futures si muovono attorno agli 83 €/MWh, un valore elevato ma decisamente inferiore ai circa 350 €/MWh sfiorati durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
Il vero banco di prova arriverà però nei primi mesi del 2027, quando sarà più chiaro quanto le diverse fonti di approvvigionamento saranno riuscite a reggere una crisi globale in cui le rotte sicure si sono progressivamente ridotte. In questo scenario, un ulteriore aumento dei prezzi resta una possibilità concreta, soprattutto se la competizione per i flussi alternativi dovesse intensificarsi.
Petrolio Grezzo.
Sebbene sia all’origine dell’intera catena energetica, qui i rischi sono più evidenti e sono ormai al centro delle cronache. Le principali fonti di approvvigionamento sono sotto stress e, soprattutto in Medio Oriente, le rotte considerate sicure si sono fortemente ridotte. Gli attacchi hanno colpito l’East-West Pipeline saudita e sospeso i caricamenti a Yanbu, mentre il traffico visibile attraverso lo Stretto di Hormuz rimane estremamente ridotto.
Lo scenario globale alternativo, escludendo gli Stati Uniti e prendendo come riferimento la produzione 2025 di petroleum and other liquids dell’EIA, vede Canada a circa 6,3 milioni di barili al giorno, Cina a 5,4, Brasile a 4,7, Kazakistan a 2,15, Norvegia a 2,05, Messico a 1,87, Nigeria a 1,68, Algeria a 1,40, Libia a 1,38 e Angola a 1,06.
Ma il dato grezzo racconta solo una parte della storia. Il Canada è fortemente interconnesso con il mercato statunitense, la Cina è a sua volta un enorme consumatore e, per l’Europa, la soluzione più immediata resta la Norvegia. Il Venezuela rappresenta invece una variabile strategica: dispone delle maggiori riserve petrolifere al mondo, ma la sua capacità produttiva attuale resta attorno a 1,1–1,25 milioni di barili al giorno, ben lontana dai livelli storici superiori ai 2,5 milioni.
Rischio.
Per gli analisti, in questo momento non è a rischio la catena di fornitura globale, ma aumentano i rischi legati ai costi, alla logistica e alla capacità distributiva. È una pressione che si trasferisce lungo tutta la catena energetica, a partire dalla raffinazione fino ai prezzi finali.
Nel 2025 l’Europa ha importato circa il 42% del proprio petrolio da fornitori relativamente sicuri: Stati Uniti 15,1%, Norvegia 14,4% e Kazakistan 12,7%. Una quota sufficiente a ridurre il rischio di una vera crisi di approvvigionamento, ma non quello di forti tensioni sui prezzi. La competizione globale si sta infatti spostando sempre di più verso gli stessi paesi e le stesse rotte considerate più affidabili. Potrebbe quindi verificarsi una situazione apparentemente paradossale: nessuna vera carenza fisica in Europa, ma Brent comunque molto più caro perché Asia, Europa e altri grandi importatori competono per gli stessi flussi alternativi. In uno scenario di questo tipo, quotazioni nell’area 120–150 dollari al barile non possono essere escluse.
Un esempio arriva direttamente dai carburanti. La BCE osserva che il pass-through dal greggio ai prezzi pre-tasse di benzina e diesel tende a completarsi nell’arco di uno o due mesi: un aumento di 0,10 euro al litro del costo del greggio tende quindi a tradursi, grossomodo, in un aumento analogo del prezzo pre-tasse alla pompa.
Petrolio Raffinato.
Il problema dei prodotti raffinati, che si traduce direttamente nella disponibilità di diesel e benzina e nei prezzi alla pompa, è probabilmente il più difficile da risolvere nel breve periodo. Aumentare la capacità di raffinazione richiede infatti tempi lunghi e, nel frattempo, la pressione sui prezzi è destinata a restare elevata.
Negli Stati Uniti, secondo gli ultimi dati ufficiali dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), le raffinerie hanno lavorato al 96,8% della capacità, con un leggero calo rispetto alla settimana precedente ma sostanzialmente a pieno regime. Questo, però, non ha impedito ai prezzi alla pompa di continuare a salire. La benzina è passata da circa 3 dollari a gallone a circa 4,5 dollari, mentre il diesel è salito da circa 3,5 a quasi 6 dollari a gallone.
Numeri ancora lontani dai record europei, ma che mostrano come anche negli Stati Uniti, nonostante la disponibilità di greggio, la pressione sui carburanti resti significativa. Il problema è infatti più a monte e riguarda la disponibilità dei singoli prodotti raffinati. Reuters ha descritto la situazione come una scarsità product-specific che si sovrappone a un greggio già costoso: problemi alle forniture mediorientali di diesel e jet fuel, attacchi alle raffinerie russe e restrizioni russe all’export stanno comprimendo l’offerta globale di distillati..
Rischio.
Il rischio che si sta profilando è l’incapacità del mercato globale di riequilibrare rapidamente l’offerta. Il rallentamento dei flussi provenienti dai due grandi poli che tradizionalmente hanno contribuito a stabilizzare il mercato, Medio Oriente e Russia, riduce infatti la capacità di assorbire shock improvvisi e di compensare eventuali carenze regionali.
A confermare questa tensione è anche l’andamento del crack spread, cioè il differenziale tra il costo del greggio e il valore dei prodotti raffinati, che ha superato quota 100. Un livello che segnala come la pressione non riguardi soltanto il prezzo del petrolio, ma anche la capacità del sistema di trasformarlo e distribuirlo nei prodotti effettivamente richiesti dal mercato.
I rischi sono quindi doppi. Nell’immediato, un ulteriore aumento dei costi lungo l’intera filiera energetica, ancora non completamente prezzato dal mercato. Nel medio periodo, invece, il problema sarà la velocità con cui la capacità globale di raffinazione potrà tornare a una condizione di maggiore equilibrio. Ed è proprio questo il punto più difficile: anche in presenza di una normalizzazione geopolitica, il ritorno alla normalità industriale potrebbe richiedere tempi molto più lunghi.