Trasformare la riduzione del rischio ambientale, a partire da quello alluvionale, in un vero e proprio mercato capace di attrarre capitali privati. La formula è apparentemente semplice: trasformare alcuni benefici della prevenzione ambientale in servizi misurabili, acquistabili e finanziabili anche da soggetti privati. È una delle sfide più grandi che hanno davanti i Governi e che potrebbe aprire un campo nuovo per la finanza. La sua attuazione, tuttavia, si è sempre scontrata con un problema fondamentale: come trasformare un danno evitato in un beneficio economico capace di remunerare chi investe nella prevenzione?
Ora ci riprova l’Inghilterra, con una formula che promette di essere particolarmente interessante. La strategia si chiama Growing Places: Mobilising Private Finance for Local Nature Recovery, è stata pubblicata il 26 ottobre 2026 dal Department for Environment, Food & Rural Affairs (Defra) e riguarda, almeno per il momento, la sola Inghilterra. Il problema principale è sempre stato capire come remunerare chi interviene per mitigare un rischio, considerando che i benefici della prevenzione spesso ricadono su soggetti diversi da quelli che sostengono i costi. La domanda cruciale diventa quindi: chi è disposto a pagare per un danno che non si verifica? La risposta proposta dal governo inglese è sviluppare mercati dei cosiddetti nature services, attraverso i quali gli interventi ambientali possano essere remunerati sulla base di benefici definiti, misurabili e verificabili nel tempo.
L’esempio dell’intermediario
L’idea del Governo inglese è, come dicevamo, abbastanza semplice: introdurre un intermediario capace di aggregare domanda e offerta di servizi di prevenzione, raccogliendo risorse economiche dai soggetti che beneficiano della riduzione del rischio e destinandole a chi realizza gli interventi. Uno dei modelli di riferimento è la Aire Resilience Company (ARC), nella valle del fiume Aire, nello Yorkshire. ARC coordina un progetto che interessa sei sottobacini idrografici, coinvolgendo imprese, proprietari terrieri, amministrazioni locali, Environment Agency e organizzazioni ambientali. L’obiettivo è costruire un sistema nel quale imprese, utility, proprietari immobiliari e agricoltori possano contribuire economicamente alla realizzazione di interventi ambientali, riconoscendo un valore ai benefici ottenuti in termini di riduzione del rischio alluvionale e miglioramento degli ecosistemi.
Un modello che, per alcuni aspetti, ricorda quanto viene già fatto in Italia dalle Autorità di bacino distrettuali, dai Consorzi di bonifica, dalle Regioni e da altri enti territoriali. La differenza sostanziale è nel modello economico: ARC cerca di costruire un sistema nel quale le imprese private e gli altri soggetti beneficiari paghino volontariamente per ottenere servizi ambientali capaci, tra le altre cose, di ridurre il rischio alluvionale. In Italia, invece, la gestione del rischio idrogeologico è prevalentemente istituzionale, fondata su competenze pubbliche, contributi obbligatori e finanziamenti pubblici. Il modello inglese tenta quindi di affiancare a questi strumenti un mercato nel quale la prevenzione possa generare ricavi e attrarre investimenti privati.
Anche il rischio è “certificato”
Un’altra novità è rappresentata dai Flood Performance Certificates (FPC), certificati pensati per valutare in modo standardizzato il rischio alluvionale e la resilienza degli immobili. Il Governo inglese prevede di avviarne una sperimentazione entro la fine del 2026, coinvolgendo Flood Re, assicuratori e finanziatori, con l’obiettivo di rendere più riconoscibili gli interventi di riduzione del rischio anche nella determinazione dei premi assicurativi. Il principio è particolarmente interessante: se un intervento di prevenzione produce una riduzione del rischio misurabile e riconosciuta, il beneficio potrebbe tradursi anche in un vantaggio economico per il proprietario dell’immobile. Si creerebbero così le condizioni per attribuire un valore finanziario alla prevenzione, rendendo potenzialmente più interessante l’impiego di capitali privati.
Rendere finanziabile e poi costruire il “mercato”.
L’ambizioso obiettivo del Governo inglese è costruire un mercato attraverso un sistema articolato di servizi ambientali che possano essere acquistati, certificati, remunerati e, dove possibile, negoziati. Il primo passaggio è affiancare al tradizionale sistema pubblico di prevenzione un modello economico capace di coinvolgere direttamente i soggetti che beneficiano degli interventi, anche quando questi vengono realizzati altrove. Il concetto è relativamente semplice: un agricoltore modifica la gestione del proprio terreno per favorire l’assorbimento delle acque, un’impresa finanzia l’intervento perché ne beneficia in termini di riduzione del rischio alluvionale e un soggetto terzo verifica i risultati ottenuti.
Questo meccanismo potrebbe avere un valore economico potenzialmente enorme. Facciamo un esempio teorico. Un’area industriale presenta una perdita economica annua attesa da alluvione di 10 milioni di euro. Attraverso una serie di interventi territoriali questa perdita viene ridotta a 7 milioni. Si genera quindi un beneficio economico atteso di 3 milioni di euro all’anno, a fronte di costi di realizzazione e manutenzione che potrebbero essere significativamente inferiori. Il punto fondamentale, però, è che questi 3 milioni non rappresentano un ricavo effettivo, ma il valore stimato dei danni evitati. Per trasformarli in un investimento finanziariamente sostenibile occorre che una parte dei beneficiari sia disposta a pagare per il servizio di prevenzione.
C’è poi l’aspetto finanziario. Come si trasforma questo beneficio in un investimento remunerativo? Supponiamo che per realizzare gli interventi siano necessari 5 milioni di euro, di cui 2 finanziati dal settore pubblico e 3 da investitori privati. Ipotizziamo inoltre che le imprese beneficiarie, a fronte di una riduzione delle perdite annue attese di 3 milioni di euro, sottoscrivano contratti per un valore complessivo di 800.000 euro all’anno per il servizio di prevenzione e che i costi di manutenzione e gestione siano pari a 400.000 euro. Rimangono così 400.000 euro annui da destinare alla remunerazione e al recupero del capitale privato investito.
Con un contratto ventennale e pagamenti costanti, questi flussi genererebbero un tasso interno di rendimento vicino al 12% annuo per gli investitori privati, prima delle imposte e di eventuali ulteriori oneri. Un rendimento che potrebbe aumentare con una componente variabile collegata ai risultati di riduzione del rischio effettivamente misurati e riconosciuti.
È un esempio puramente teorico, ma mostra come un investimento pubblico-privato nella prevenzione possa generare contemporaneamente un beneficio economico per il territorio e una remunerazione del capitale. Naturalmente rimangono diverse incognite, dalla misurazione dei benefici alla disponibilità delle imprese a sottoscrivere contratti di lungo periodo, fino alla capacità di garantire nel tempo l’efficacia degli interventi. Il passaggio decisivo è però trasformare una parte delle perdite attese evitate in ricavi contrattuali effettivi, aprendo così un mercato potenzialmente molto più ampio di quello della semplice realizzazione e manutenzione delle opere. Non si tratterebbe più soltanto di finanziare la prevenzione, ma di acquistare la riduzione del rischio come un vero e proprio servizio.