In queste settimane sta emergendo alle cronache il rischio di un blocco della raccolta differenziata, legato alla seria crisi che sta attraversando la filiera della plastica riciclata e alla crescente concorrenza della plastica proveniente dall’Asia. Il problema è allo stesso tempo semplice e molto complesso. Semplice perché oggi acquistare plastica riciclata è sempre meno conveniente; complesso perché a squilibrare il mercato è soprattutto il costo della materia prima vergine, che in Europa sta diventando più economica della plastica riciclata.

Un corto circuito dovuto a filiere produttive molto diverse tra loro, che oggi stanno attraversando dinamiche altrettanto differenti. In Asia, dalla Cina alla Corea fino al Medio Oriente, la produzione di plastica vergine è inserita in circuiti industriali consolidati e fortemente integrati, nei quali la materia può essere prodotta con costi marginali molto bassi.

Il modello è quindi strutturalmente sotto pressione e il crollo dei costi della materia prima vergine sta mettendo in seria difficoltà l’intero sistema, a partire dalla raccolta differenziata. Una quota di plastica “ad alto valore”, come le bottiglie in PET, resta infatti industrialmente abbastanza sostenibile, mentre la plastica ordinaria da imballaggio rischia sempre più di non riuscire a inserirsi nella filiera del recupero. E i sussidi, diretti e indiretti, non sembrano più sufficienti a compensare questo squilibrio. È anche per questo che in Svizzera si applica un modello di riciclo differente: una parte importante degli imballaggi plastici residui viene comunque destinata agli impianti di termovalorizzazione con recupero energetico. La posizione svizzera è sostanzialmente che il riciclo abbia senso quando produce un beneficio ambientale superiore all’incenerimento e quando esiste una filiera tecnicamente ed economicamente sostenibile.

Modello sotto pressione

Il modello è strutturalmente sotto pressione e il crollo dei costi della materia vergine stanno mettendo in seria difficoltà il sistema. A partire dal modello di raccolta differenziata perché c’è una quota di plastica “ad alto valore” come le bottiglie PET sono industrialmente ancora abbastanza sostenibili mentre una plastica ordinaria di imballaggio rischia di non riuscire più ad inserirsi nella filiera del recupero. E i sussidi diretti e indiretti non sono più sufficienti. è il motivo per cui in Svizzera si applica un modello di riciclo diverso: una parte importante degli imballaggi plastici residui finisce comunque negli impianti di termovalorizzazione con recupero energetico. La posizione ufficiale svizzera è sostanzialmente che il riciclo abbia senso quando porta un beneficio ambientale superiore all’incenerimento e quando esiste una filiera tecnicamente ed economicamente sensata.

La direzione intrapresa dall’Europa è quella di rendere più selettiva la plastica destinata al riciclo, così da costruire un modello industrialmente più sostenibile. Dal 2035 entrerà inoltre in gioco il criterio del “recycled at scale”: non conterà soltanto che un imballaggio sia teoricamente riciclabile in laboratorio o in un impianto specializzato, ma dovrà esserlo effettivamente su scala industriale. Questo tenderà a riequilibrare il sistema, ma richiederà anche di ripensare il modello della raccolta differenziata, rendendolo non soltanto più efficace ma soprattutto più coerente con le reali capacità delle filiere industriali. Ed è una sfida rilevante per i sistemi di raccolta che, in prospettiva, dovranno sempre più ragionare su scala ampia e meno sulla dimensione del singolo Comune.