Con il passare delle settimane El Niño si sta intensificando e potrebbe raggiungere livelli di intensità eccezionali rispetto alle moderne serie di osservazione meteorologica. Gli effetti si stanno già avvertendo in Asia e in Sud America e nei prossimi mesi potrebbero estendersi ad altre aree del mondo, proseguendo anche nel corso del 2027, nonostante il fenomeno sia previsto in attenuazione dopo febbraio.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha già lanciato l’allarme nelle scorse settimane: «Questo El Niño eccezionale richiede una preparazione e una risposta eccezionali. Mai prima d’ora nei 50 anni di storia dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale abbiamo lanciato una mobilitazione di tale portata con i Servizi Meteorologici e Idrologici Nazionali».

Per l’Europa e in particolare per l’Italia i rischi sono più indiretti, ma non per questo meno rilevanti. Le analisi di Copernicus/C3S per l’inverno 2026-27 indicano temperature superiori alla media praticamente in tutto il continente. Sul fronte delle precipitazioni, le prime indicazioni mostrano una stagione più umida della media su buona parte del continente.

Ma questo è soltanto uno degli elementi da considerare. Dopo un’estate particolarmente calda, anche il Mediterraneo presenta temperature molto elevate. Un mare più caldo significa maggiore evaporazione, quindi una maggiore quantità di vapore disponibile nell’atmosfera. Questo non significa necessariamente più giorni di pioggia, ma può tradursi in episodi più intensi quando le condizioni atmosferiche si allineano. Ed è un rischio particolarmente importante in un territorio, come quello italiano, caratterizzato da una diffusa fragilità idrogeologica.

C’è poi un elemento del quadro globale del 2026 che rende questo evento ancora più particolare: non c’è soltanto El Niño. La WMO prevede infatti anche lo sviluppo di un Indian Ocean Dipole positivo, con un’anomalia media stagionale attorno a +0,9 °C, mentre le temperature dell’Atlantico tropicale dovrebbero rimanere superiori alla media. Nell’outlook per settembre-novembre, il modello multimodello della WMO porta inoltre l’anomalia media prevista nella regione Niño 3.4 a circa +3,6 °C, con un’intensificazione destinata a proseguire fino al picco atteso tra novembre e dicembre.

Rischi per l’Italia.

Oltre a un inverno che potrebbe risultare particolarmente mite, con temperature superiori alla media su gran parte dell’Europa, per l’Italia aumenta anche il rischio di episodi di pioggia particolarmente intensa. A questi elementi si aggiungono però rischi molto più concreti e strutturali.

L’agricoltura, ad esempio, con conseguenze ancora difficili da quantificare ma potenzialmente negative per i prossimi raccolti e, di conseguenza, per tutta la filiera produttiva, già messa a dura prova dall’estate torrida del 2026. A questo si aggiunge il problema delle risorse idriche alpine. Anche in presenza di precipitazioni abbondanti, temperature più elevate possono infatti alzare il limite della neve, facendo cadere una quota maggiore delle precipitazioni sotto forma di pioggia e riducendo l’accumulo di neve alle quote intermedie. Il rischio è quindi quello di spostare il problema dall’inverno alla primavera-estate 2027, quando la disponibilità d’acqua dipenderà anche da quanta neve sarà riuscita ad accumularsi nei mesi precedenti.

Anche perché si arriva da un anno già particolarmente caldo. In Emilia-Romagna, per esempio, secondo i dati Arpae l’inverno 2025-26 è stato più caldo di 1,82 °C rispetto alla climatologia 1991-2020, risultando il quinto più caldo della serie iniziata nel 1961-62. Le temperature minime sono state addirittura superiori alla norma di 2,30 °C.

Anche l’estate appena trascorsa mostra quanto il sistema sia già caldo e, allo stesso tempo, irregolare. A luglio 2026 la temperatura media in Emilia-Romagna è stata di 25,44 °C, pari a +2,14 °C rispetto alla media 1991-2020. Nello stesso mese le precipitazioni regionali sono state superiori alla media di circa il 58%, ma con differenze territoriali enormi: anomalie vicine al +300% nel Ferrarese e deficit locali fino al −75% in alcune aree della regione. In generale gran parte dell’Italia (Copernicus) ha avuto la sua estate più calda almeno dal 1979.

In questo scenario, l’Italia arriva ad affrontare la stagione di El Niño con diversi fronti critici che, nell’impossibilità di prevederne con precisione l’impatto, andranno monitorati attentamente mese dopo mese.

Ai rischi di medio termine per agricoltura e disponibilità idrica si affiancano infatti rischi più immediati legati a precipitazioni molto intense, nubifragi e, nei scenari peggiori, alluvioni o fenomeni violenti come i downburst. A rendere il quadro ancora più complesso è l’incognita della distribuzione territoriale sull’impatto che può andare da singole aree a intere regioni.

Il problema, quindi, non è soltanto capire quanto sarà forte El Niño, ma come interagirà con un sistema europeo e mediterraneo già caratterizzato da temperature elevate, forti anomalie e una crescente variabilità nella distribuzione delle precipitazioni.