In questi giorni in diversi supermercati italiani stanno comparendo cartelli che avvisano i clienti delle difficoltà di approvvigionamento di frutta e verdura. Scarseggiano soprattutto pomodori, insalate e altri ortaggi. L’estate appena trascorsa, segnata da temperature record e siccità, seguita da un inizio di settembre caratterizzato da forte maltempo, sta mettendo sotto pressione la produzione agricola e, di conseguenza, le catene di fornitura. Il problema, infatti, non può essere compensato semplicemente da un aumento dei prezzi: in alcuni casi a diminuire è proprio la quantità di prodotto disponibile.

I numeri danno la dimensione del fenomeno. Coldiretti segnala una situazione particolarmente grave in Piemonte: nelle aree non irrigue della Baraggia, tra Vercelli e Biella, il raccolto di riso rischia cali del 70-80%, mentre per il mais si stimano perdite del 50-60% e per i foraggi intorno al 50%. Anche la filiera della quarta gamma (prodotti ortofrutticoli freschi, confezionati e pronti al consumo) è in difficoltà: Confagricoltura, confermando i dati di Unione Italiana Food, indica un calo della disponibilità di prodotto fino al 40% e un aumento degli scarti fino al 20% per il mancato raggiungimento degli standard qualitativi.

È proprio il modello di approvvigionamento a essere messo sotto pressione. La regolarità su cui si è costruita per decenni una parte importante della distribuzione alimentare non può più essere data per scontata: il cambiamento climatico, insieme alla maggiore volatilità dei costi energetici e logistici, rende più difficile garantire una disponibilità continua e prevedibile dei prodotti.

Anche la diversificazione geografica della filiera, che finora ha permesso di compensare con relativa facilità le difficoltà produttive di una determinata area, diventa più complessa e costosa. Non siamo ancora di fronte a un cambiamento strutturale delle abitudini di consumo, perché la grande distribuzione riesce ancora, attraverso una riorganizzazione degli acquisti e delle forniture, a compensare buona parte delle carenze. Ma il problema appare strutturale.

Per decenni il sistema ha potuto contare su una stagionalità relativamente stabile, su aree produttive abbastanza prevedibili e sulla possibilità di spostare gli approvvigionamenti tra territori diversi con un impatto logistico limitato. Oggi questo equilibrio è meno solido. Il vero rischio è il crescente disallineamento tra modelli di approvvigionamento costruiti sulla regolarità e una disponibilità reale del prodotto sempre più volatile, talvolta insufficiente anche a fronte di prezzi sensibilmente più elevati.

In discussione il modello logistico

Si potrebbe così arrivare al paradosso “banane sì, pomodori no”, semplicemente perché la banana, pur arrivando da migliaia di chilometri, ha una supply chain estremamente industrializzata: viene raccolta verde, trasportata in condizioni controllate e fatta maturare vicino al mercato di destinazione attraverso appositi centri di maturazione.

Ed è qui che emerge un’altra fragilità dell’attuale sistema: il modello logistico. Un approvvigionamento “a singhiozzo” mette in crisi l’intera organizzazione della filiera, a partire proprio dalla logistica, costretta a inseguire variazioni difficili da prevedere e con conseguenti costi al rialzo. In pratica, le viene richiesto di assorbire una volatilità crescente della produzione con infrastrutture non pensate per farlo e con modelli di approvvigionamento tarati sulla regolarità.

A questo si aggiunge il tema dei volumi produttivi e di una bilancia commerciale sempre più sotto pressione. Se infatti nel 2025 l’Italia ha esportato 3,922 milioni di tonnellate di ortofrutta fresca, ha dovuto importarne circa 4,12 milioni, con un saldo leggermente negativo. Ma il punto è che, per alcuni prodotti, il commercio internazionale sta già sostituendo parte della capacità produttiva nazionale perduta.

La produzione di pere, per esempio, è calata in Italia del 60,6% tra il 2006 e il 2025 e, nello stesso periodo, le importazioni sono aumentate di quasi il 200%. Ma attenzione: non è stato possibile semplicemente sostituire le pere italiane con pere straniere. Ci sono, più semplicemente, periodi dell’anno in cui trovare le pere nei supermercati è molto più difficile.