I primi segnali di questo autunno, che tarda ad iniziare, non sono positivi: le temperature continuano a non dare tregua al settore agricolo e, dopo l’estate più calda registrata in Italia dal 1950, ora a preoccupare sono anche le coltivazioni invernali.

Partiamo dall’inizio. Per l’estate appena conclusa l’Istituto per la BioEconomia del CNR ha certificato che è stata la più calda registrata in Italia dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 °C. Agosto è arrivato a 25,6 °C, cioè +3,5 °C rispetto alla media 1991-2020. Di conseguenza, i terreni sono arrivati alla fine dell’estate già fortemente sotto pressione, una condizione che non può essere cancellata dalle prime sporadiche piogge di settembre.

A metà settembre 2026 il Copernicus European Drought Observatory indicava infatti che la siccità non risultava affatto superata: condizioni di “Alert” permanevano nell’Italia settentrionale e meridionale, mentre condizioni di “Warning” interessavano diverse aree del Nord e del Centro e quelle di “Watch” varie zone centro-meridionali. I numeri, d’altronde, sono netti. In Veneto, ad agosto 2026, le portate risultavano inferiori alla norma del 77% per il Bacchiglione, del 58% per il Po e del 57% per l’Adige. Nei distretti irrigui regionali la temperatura media era stata di 27 °C, +2,6 °C rispetto alla norma.

Coltivazioni a rischio.

Questo si traduce in forti tensioni lungo la filiera della frutta e della verdura, che i consumatori hanno già potuto intravedere a settembre con le difficoltà di approvvigionamento registrate in alcune catene di supermercati e con la comparsa di cartelli che avvisavano della temporanea riduzione della disponibilità di alcuni prodotti. Il problema è stato poi parzialmente assorbito dalle prime piogge e da una riorganizzazione delle fonti di approvvigionamento.

Ma lo stress climatico si inserisce in un quadro agricolo che mostra già da anni segnali di progressivo indebolimento per alcune colture. I dati ISTAT sono significativi: tra il 2006 e il 2025, in Italia, la superficie coltivata a mais è diminuita del 51,2% e la produzione del 42,7%; il frumento duro ha perso il 15,5% delle superfici e il 9,3% della produzione, mentre il frumento tenero ha registrato una riduzione del 12,3% delle superfici e del 21,4% della produzione, con una resa per ettaro diminuita del 10,4%.

Anche il pomodoro da industria mostra segnali di stress. Nel 2025 la produzione italiana ha raggiunto 5,8 milioni di tonnellate, ma ISMEA indica quell’annata tra quelle con le rese più basse dell’ultimo decennio. L’aumento della produzione rispetto al 2024 è stato infatti ottenuto attraverso un incremento della superficie coltivata, non grazie a una maggiore produttività per ettaro.