Soltanto il 7% delle abitazioni italiane è assicurato contro i rischi catastrofali, che rappresentano però una delle minacce più rilevanti per il patrimonio delle famiglie. Parliamo di circa 2,4 milioni di abitazioni coperte contro terremoti, alluvioni o entrambi, su 35,3 milioni di unità abitative censite dall’ISTAT nel 2021. Una cifra che non rispecchia l’esposizione di un Paese come l’Italia, dove il rischio naturale è particolarmente elevato sia sul fronte sismico sia su quello idrogeologico.
Per comprendere le dimensioni del problema bastano alcuni numeri. Secondo una stima del Ministero delle Infrastrutture, basata sulla classificazione sismica del 2015, circa il 44% del territorio nazionale ricadeva nelle zone a maggiore pericolosità sismica, interessando il 36% dei comuni italiani. Sul fronte idrogeologico, il rapporto ISPRA pubblicato nel 2025 indica che 6,8 milioni di persone vivono in aree esposte ad alluvioni nello scenario di pericolosità media, mentre 1,28 milioni risiedono in aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata. Complessivamente, il 94,5% dei comuni italiani è interessato da almeno una delle pericolosità considerate dall’ISPRA, tra frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera.
Numeri che rendono ancora più evidente la distanza tra l’esposizione ai rischi naturali e la diffusione delle coperture assicurative. Il problema non riguarda soltanto la possibilità che un evento catastrofico si verifichi, ma soprattutto la capacità economica di chi lo subisce di sostenere le perdite e ricostituire il proprio patrimonio.
Modesta capacità di recupero
La questione assicurativa diventa così un indicatore di un problema più profondo e sistemico. Con un patrimonio immobiliare scarsamente assicurato e fenomeni meteorologici estremi sempre più intensi, cresce la difficoltà delle famiglie di assorbire perdite patrimoniali rilevanti. Una difficoltà ancora maggiore quando l’abitazione è gravata da un mutuo, perché il debito può continuare a esistere anche quando l’immobile subisce danni tali da renderlo inutilizzabile.
Un’impresa può, almeno teoricamente, finanziare il ripristino attraverso flussi di cassa futuri, aumenti di capitale, cessione di attività o nuovo debito. Non tutte le imprese possono farlo, naturalmente, ma dispongono potenzialmente di strumenti di finanziamento legati all’attività produttiva. E nello scenario peggiore, la chiusura di un’attività, per quanto possa avere conseguenze economiche e sociali gravissime, non coincide necessariamente con la perdita dell’abitazione e del luogo in cui una famiglia vive.
Una famiglia, invece, deve generalmente ricostituire il proprio patrimonio utilizzando reddito da lavoro, risparmi o ulteriore indebitamento. Tutto questo mentre deve continuare a sostenere le spese quotidiane e, nei casi più gravi, anche quelle per una sistemazione temporanea. I contributi pubblici possono rappresentare un sostegno importante, ma non possono essere considerati una garanzia di copertura integrale e tempestiva dei danni.
Il rischio è quindi quello di una doppia perdita: da una parte il patrimonio immobiliare, dall’altra la capacità economica futura della famiglia, costretta a destinare al ripristino risorse che sarebbero state utilizzate per consumi, risparmio o investimenti.
Ridurre il rischio, abbassare l’impatto economico
Ridurre il rischio attraverso una maggiore prevenzione sulle abitazioni è una strada per migliorare anche la sostenibilità economica delle calamità naturali. E gli interventi possono produrre risultati significativi.
Una ricerca sulle alluvioni fluviali nelle abitazioni europee stima che il miglioramento delle misure preventive private possa ridurre mediamente del 15% le perdite attese (Commissione europea/JRC, 2022). Un’altra analisi delle strategie di adattamento alle alluvioni stima che gli interventi di protezione sugli edifici possano ridurre i danni complessivi europei del 16%, con risultati compresi tra il 6% e il 30% nei diversi scenari (JRC, 2023).
Gli interventi comprendono, ad esempio, barriere contro l’ingresso dell’acqua, adattamenti degli impianti e modifiche agli ambienti maggiormente esposti. In uno scenario ipotetico in cui tutti gli edifici interessati fossero protetti fino a 50 centimetri d’acqua, uno studio pubblicato sull’International Journal of Disaster Risk Reduction nel 2025 stima una riduzione potenziale dei danni attesi fino al 50%.
Anche sul fronte sismico gli investimenti nella prevenzione possono avere un ritorno economico. Uno studio dell’Università della Basilicata su un edificio esistente in cemento armato, sottoposto a isolamento sismico, stima una riduzione di circa il 70% delle perdite economiche attese, con un tempo di ritorno dell’investimento intorno ai 13 anni. Si tratta naturalmente di risultati riferiti a specifici edifici e scenari, che non possono essere generalizzati automaticamente all’intero patrimonio immobiliare.
Al di là delle singole percentuali, il concetto è che la resilienza passa sia dalla conoscenza del rischio sia dalla capacità di intervenire concretamente per ridurne le conseguenze. Conoscere la pericolosità del territorio in cui si vive è il primo passaggio, ma non può essere l’unico. Occorre comprendere quanto sia vulnerabile la propria abitazione, quali interventi possano ridurre i danni, quali perdite economiche si potrebbero sostenere e quali strumenti finanziari o assicurativi siano disponibili per affrontarle.
La prevenzione, in altre parole, deve accompagnare l’intera filiera del rischio: dalla conoscenza del pericolo alla riduzione della vulnerabilità, dalla protezione economica del patrimonio fino alla capacità di recupero dopo una calamità.
Perché una casa può anche resistere a un evento naturale senza crollare, ma subire danni sufficienti a compromettere per anni la stabilità economica di una famiglia. Ed è proprio questa dimensione del rischio che spesso rimane fuori dal dibattito sulla sicurezza.