Il livello delle acque del Reno diminuisce. Una parte del trasporto fluviale deve essere trasferita sulla ferrovia. Le linee ferroviarie vanno sotto pressione. Le consegne di carburante subiscono ritardi. Un aeroporto rischia di non disporre delle quantità necessarie per continuare a operare normalmente. È ciò che sta accadendo in questi giorni a Zurigo, costringendo il Governo svizzero ad autorizzare un prelievo straordinario dalle riserve strategiche.

La notizia in sé non è allarmante, perché è stata una concatenazione di eventi a rendere necessario il provvedimento: «Le interruzioni e i notevoli ritardi nel trasporto ferroviario internazionale di merci, in particolare sulle linee provenienti dalla Germania, compromettono l’approvvigionamento di cherosene dell’aeroporto di Zurigo. A causa del basso livello del Reno, ulteriori trasporti di altre merci sono stati trasferiti sulla rete ferroviaria, già fortemente sovraccarica. Non è possibile recuperare in tempo utile le mancate forniture», spiega il Governo svizzero. Il tema centrale, però, resta la vulnerabilità delle supply chain, che può essere maggiore di quanto si immagini.

Vulnerabilità supply chain

Quello che sta accadendo a Zurigo è un caso da manuale: la ferrovia dovrebbe rappresentare un’alternativa al trasporto fluviale. Ma se la sua capacità residua è insufficiente, quella ridondanza esiste soltanto sulla carta. Ed è qui che emerge il vero tema: non basta disporre di modalità di trasporto alternative. Bisogna che queste abbiano la capacità effettiva di assorbire gli shock delle altre.

In questo periodo storico il rischio di shock è particolarmente rilevante, non necessariamente perché la situazione sia complessivamente peggiore rispetto a qualche anno fa, ma perché molte supply chain sono state organizzate per anni con l’obiettivo di massimizzare l’efficienza: ridurre le scorte, aumentare l’utilizzo delle infrastrutture, limitare la capacità inutilizzata e ottimizzare i tempi. Un modello che funziona bene in condizioni ordinarie, ma che può mostrare tutti i suoi limiti quando si verificano interruzioni o variazioni improvvise della domanda. In questi contesti, anche un problema relativamente circoscritto può produrre conseguenze sproporzionate.

Rinforzare la supply chain ha un costo

L’esempio di Zurigo non è in sè la sintesi di tutti i problemi ma accende il faro sui costi per rinforzare le supply chain. A dare una dimensione al problema è l’OCSE, che nel suo Supply Chain Resilience Review del 2025 evidenzia come, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Venti, la concentrazione significativa delle importazioni sia aumentata del 50% a livello mondiale. Un segnale di come, in molte economie, gli approvvigionamenti siano diventati più dipendenti da un numero limitato di Paesi.

Ma il dato forse più interessante riguarda il costo di un eventuale cambio di rotta. Secondo le simulazioni dell’organizzazione, una rilocalizzazione generalizzata delle catene produttive potrebbe ridurre il commercio mondiale di oltre il 18% e il PIL reale globale di oltre il 5%, senza peraltro garantire una maggiore resilienza.

Il nodo resta che vicino al limite di capacità, piccoli shock possono provocare conseguenze sproporzionate. La lezione di Zurigo è che per decenni l’obiettivo è stato eliminare ogni inefficienza dalle catene logistiche. Il rischio è che, insieme agli sprechi, siano stati progressivamente eliminati anche quei margini di sicurezza che consentivano al sistema di assorbire gli imprevisti.