Con l’inizio della stagione autunnale e il ritorno delle piogge torna il tema della chiusura delle scuole per allerta meteo. Decisioni che, essendo di competenza comunale, possono differenziarsi da Comune a Comune, sulla base delle condizioni locali e dei rispettivi piani di protezione civile. In Italia, infatti, non esiste un automatismo nazionale per cui un’allerta arancione o rossa comporti necessariamente la chiusura delle scuole. Il Dipartimento della Protezione Civile chiarisce che spetta ai sindaci valutare le misure da adottare, compresa l’eventuale chiusura degli istituti. Questo è un elemento importante: il colore dell’allerta non equivale a una valutazione specifica della sicurezza di ogni scuola. Ma ciò non risolve il problema, anzi lo amplifica.

La decisione di chiudere, infatti, non può essere assunta esclusivamente in “tempo reale”, ma si basa principalmente sulle indicazioni della Protezione Civile, sulle previsioni meteorologiche e sulle valutazioni del rischio locale. Allo stesso modo, non è possibile riaprire semplicemente perché al mattino le condizioni meteorologiche sono nettamente migliorate. Il risultato è che una misura adottata per ridurre il rischio legato agli spostamenti degli studenti può trasferire parte di quello stesso rischio sulle famiglie, soprattutto per i bambini più piccoli, costrette a trovare soluzioni alternative per garantirne l’assistenza. Si genera così un’asimmetria del rischio che troppo spesso rimane ai margini dei processi decisionali.

I numeri.

Partiamo dai numeri. Nell’anno scolastico 2024/25, secondo i dati ministeriali, le scuole statali italiane contavano circa 7,07 milioni di studenti, di cui quasi 2,96 milioni tra scuola dell’infanzia e primaria. Sono soprattutto queste fasce d’età a rappresentare la questione più delicata, perché la chiusura delle scuole comporta per molte famiglie la necessità di garantire comunque l’assistenza ai figli. A questo si aggiunge un dato sociale: nel 2024, secondo ISTAT, il 26,7% dei minori di 16 anni, pari a circa 2,07 milioni di bambini e ragazzi, era a rischio di povertà o esclusione sociale. Un dato che non misura direttamente le conseguenze delle chiusure scolastiche, ma evidenzia quanto siano differenti le condizioni economiche e organizzative delle famiglie chiamate ad affrontarle.

Parliamo quindi di una popolazione scolastica molto ampia e di famiglie che, a seguito di questi provvedimenti, devono trovare soluzioni alternative affinché i figli siano comunque seguiti, attraverso la rete familiare oppure ricorrendo a servizi esterni come il babysitting. Non proprio una banalità, considerando che queste soluzioni possono comportare costi aggiuntivi, assenze dal lavoro e nuovi spostamenti proprio durante una situazione di allerta meteorologica. Il problema diventa ancora più rilevante quando le chiusure si ripetono nell’arco dello stesso anno scolastico, trasformando una difficoltà occasionale in una questione organizzativa ricorrente.

Le tempistiche e l’impossibilità del “tempo reale”.

Numeri che spingono quindi a una riflessione perché, se da un lato la chiusura delle scuole riduce gli spostamenti degli studenti, dall’altro rischia di generare nuovi spostamenti dei genitori verso soluzioni “tampone” per coprire le ore scolastiche. Certo, ci sono situazioni in cui almeno un genitore riesce a garantire direttamente l’assistenza ai figli, ma questo non risolve del tutto il problema. Soprattutto perché c’è un tema delicato di tempistiche. Il bollettino nazionale di vigilanza meteorologica viene pubblicato quotidianamente entro le ore 15:00, mentre quello di criticità nazionale entro le 16:00. Ma non è detto che i Comuni procedano con le stesse tempistiche nell’adottare eventuali ordinanze di chiusura, dovendo incrociare le indicazioni di allerta con le condizioni locali e i rispettivi piani di protezione civile. Questo può ridurre ulteriormente il tempo a disposizione delle famiglie per organizzarsi.

Ma è altrettanto difficile garantire una ripresa delle attività in “tempo reale”, anche qualora le condizioni meteorologiche dovessero improvvisamente migliorare. In primo luogo perché l’allerta considera anche gli effetti al suolo: le conseguenze di una perturbazione non si esauriscono necessariamente con la fine delle precipitazioni, come dimostrano allagamenti, frane e possibili interruzioni della viabilità. In secondo luogo perché, anche qualora le condizioni di sicurezza consentissero una riapertura, non sarebbe possibile riattivare istantaneamente tutti i servizi scolastici. Non è controintuitivo, anzi è molto logico. Riaprire una scuola chiusa significa riorganizzare i servizi, dalle mense ai trasporti, e garantire la presenza del personale necessario per le attività didattiche. Tutto questo difficilmente può avvenire con pochi minuti o ore di preavviso. All’opposto, una chiusura può essere disposta anche in tempi molto più brevi davanti a un peggioramento delle condizioni, proprio perché l’obiettivo prioritario è interrompere gli spostamenti e ridurre l’esposizione al rischio.

Si genera così una seconda asimmetria: interrompere un servizio può essere molto più rapido che ripristinarlo, mentre le conseguenze della sua interruzione devono essere gestite immediatamente dalle famiglie.

Che soluzione adottare?

Ad oggi non esiste una soluzione univoca che possa risolvere del tutto il problema, che però è evidente ed è certamente noto anche al decisore pubblico. A livello europeo e internazionale la riflessione sulla sicurezza scolastica si sviluppa attorno a tre questioni: la sicurezza degli studenti, la continuità dell’istruzione e le conseguenze per le famiglie. La sicurezza rimane naturalmente prioritaria, ma non riguarda soltanto gli edifici scolastici, bensì l’intero contesto nel quale gli studenti si trovano durante un’emergenza. In questa prospettiva, anche le scuole potrebbero rappresentare, quando le condizioni di sicurezza lo consentono, luoghi nei quali garantire forme limitate di assistenza agli studenti, pur in assenza delle normali attività didattiche. In Germania, ad esempio, esistono forme di assistenza emergenziale, indicate come Notbetreuung, che in determinate circostanze permettono di garantire la sorveglianza degli studenti anche quando le lezioni sono sospese. Non si tratta di un modello uniforme né automaticamente applicabile a ogni emergenza, ma di un approccio che distingue la sospensione dell’attività didattica dalla possibilità di mantenere alcune funzioni di assistenza.

Il problema, quindi, non è soltanto decidere quando chiudere le scuole, ma quali capacità predisporre preventivamente per gestire le conseguenze di quella decisione. Una riflessione che trova riscontro anche nel Sendai Framework 2015–2030 delle Nazioni Unite. Tra i sette obiettivi globali, il Target D mira a ridurre i danni alle infrastrutture critiche e le interruzioni dei servizi essenziali, compresi quelli educativi. L’UNDRR, Ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio di Disastri, richiama inoltre la necessità di garantire la sicurezza scolastica attraverso la prevenzione, la preparazione alle emergenze e la continuità dei servizi educativi. Non si tratta, quindi, soltanto di proteggere gli edifici o sospendere le attività quando il rischio aumenta, ma anche di predisporre le capacità necessarie per gestire le interruzioni e ripristinare rapidamente i servizi.

Ed è proprio qui che emerge la questione centrale: se una decisione di protezione civile interrompe un servizio essenziale per ridurre il rischio, dovrebbe prevedere anche le capacità necessarie ad assorbire le conseguenze di quell’interruzione? Nel caso delle scuole questo non significa necessariamente mantenerle aperte durante un’allerta meteorologica, ma considerare preventivamente quali alternative siano disponibili, quali famiglie possano trovarsi maggiormente in difficoltà e quali servizi possano essere garantiti in condizioni di sicurezza. Altrimenti il rischio viene ridotto in un punto del sistema, ma una parte delle sue conseguenze viene semplicemente trasferita altrove.